Gheorghe Muresan. Una storia NBA

Appassionati di basket, smuoviamo un ricordo. Il draft NBA 1993. Vibra una cittadina tranquilla del Michigan, Auburn Hills, dove solo la sede della Chrysler ha le luci accese dopo il tramonto. 
Gheorghe Muresan

Orlando Magic pesca per prima. Si assicura il ventenne Chris Webber, gioiello locale, che si affretta a girare ai Golden State Warriors per possibili scambi e vantaggi futuri. Il primo giro, 27 giocatori, si chiude con il centro olandese Geert Hammink, unico con un passaporto diverso da quello con l’aquila americana davanti. Cambierà il basket, cambierà il basket: il draft 2024 sarà per il 40% d’oltreoceano. 
Al secondo giro, dalla scelta numero 28 al 54, i Washington Bullets selezionano il rumeno Gheorghe Muresan, centro di 2.31cm. Non viene dal college, di lui si conosce poco, solo l’altezza e chissà se è informazione accurata. Lo è. A tutt’oggi, Gheorghe è il più alto giocatore che abbia mai calcato i campi pitturati dell’NBA, questione di millimetri – dicono – rispetto ad un’altra leggenda, Manute Bol (RIP). 
Sono trascorsi quindici anni dall’unica vittoria dei Bullets, stagione 1977-’78, direttore d’orchestra Larry Wright, poi imperatore di Roma. “Solo Nerone la infiammò di più’” mi disse un tassista nel tragitto da Fiumicino a casa dei miei.

Gheorghe Muresan

Transilvania- Washington via Parigi

Muresan, invece, arriva all’aeroporto di Dulles, Virginia, da Parigi, pieno di paure e medicinali. Ê cresciuto nella rurale Transilvania, la povertà di una nazione sotto il giogo sovietico. Una ghiandola impazzita lo fa crescere a dismisura, lo sport è rimedio e necessità. Con il basket approda all’università di Cluj, poi la possibilità di giocare in Francia, Pau Orthez una bella piazza, una buona visibilità. È grezzo, ma in campo non è spaurito, se la palla non va dentro, la riacciuffa e ci riprova. È alto, spigoloso ma poco malizioso, si allontana dal canestro dove arrivano le legnate e così migliora il tiro. La rete, già sofisticata, di osservatori NBA lo segnala, sarà dura ma il potenziale è indiscutibile. Sarà dura e sarà breve, pronosticano in molti. Lui spera non sia così, la notte non dorme, vuole dimostrare che non è un fenomeno da baraccone. Sceglie la maglia 77 che è la sua altezza (7’7″) in pollici, si è portato dall’Europa l’ironia ed il soprannome Ghita che vuol dire “piccolino”.  È l’alieno che tutti abbiamo incontrato almeno una volta per le strade di downtown DC. Si allena e si cura per migliorare postura, forza fisica e abitudine alla battaglia. Sono gli anni d’oro del basket pro, da Air Mike a Charles Barkley, da Ewing a Olajuwon, a Shaq O’Neal, tutti marziani. Non sono alti e grossi come lui, ma sono quadrati, tecnici e di una velocità di gambe e pensiero, appunto non di questo pianeta. Sono schegge che vanno al rimbalzo, prendi Dennis Rodman, eccentrico quanto vuoi ma sotto canestro tutta roba sua e ti mena pure.

Muresan lavora sodo

Il primo anno gioca una media di 12′, l’anno dopo il doppio, l’anno dopo ancora è finalmente la consacrazione. 30′ e 14.5 punti di media, 60.4% al tiro. È il “Most Improved Player” della stagione 1995-’96 con la chicca dei 26 punti e 14 rimbalzi contro i Bulls di Jordan. È Muresan a riempire anche l’anello più alto della US Arena da dove si vede poco e si mangia tanto – la birra più fredda e l’hot dog più buono (e costoso) del Maryland -, è lui a far sognare il play off e antichi splendori. Muresan si sbatte sotto le plance, sbaglia e la riprende, sconfigge i detrattori, ma fatica sempre ad aver ragione dei malanni: schiena, ginocchia, solo le mani sono di ferro tra il tiepido ed il caldo. Lo stress, fisico e non solo, lo divora. È così per tanti in uno sport intenso, giocato a mille, dove ci si allena poco, si viaggia in business per crollare poi in un letto diverso ogni notte. Il gigante deve cambiare aria, New York sponda Nets è la prima occasione di riscatto, forse anche l’ultima. Cerca di lasciarsi dietro la diffidenza, di sicuro si porta appresso gli infortuni. Solo 31 partite ed un centinaio di punti. Chiude con il calore della sua vecchia casa, Pau Orthez. È oramai una stella cadente NBA, ma capace di dare una grande mano – non conosce mezze misure – per la vittoria del campionato transalpino 2000-’01. 

Gheorghe Muresan

L’America non lo dimentica, lui non molla anzi raddoppia

Ci torna per non andar più via, periferia di DC con Liliana e due figli, oltre due metri, che giocano senza fare sfracelli. Si affaccia nel mondo colorato della pubblicità e del cinema, ma il basket è l’unica acqua dove nuota senza pericolo, anche se nella commedia con Billy Crystal si fa male di nuovo. Insegna quello che sa, la psicologia prima della tecnica, sa scacciare i demoni ed i complessi dei giovani dinoccolati, talvolta bullizzati per un’altezza fuori media, non legge libri, ricorda il suo percorso. Crea una accademia per giovani talenti più sono alti meglio è, lavora sulla personalità e gli ostacoli, mentre il gioco cambia alla velocità della luce e lui fatica con la sua schiena ingobbita e le ginocchia che urlano. È ambasciatore dei Wizards, eredi dei Bullets, dimostra più dei suoi 54 anni, è stanco, ma non molla di un centimetro. 

 

Roberto Amorosino romano di nascita, vive a Washington DC. Ha lavorato presso organismi internazionali nell'area risorse umane. Giornalista freelance, ha collaborato con Il Corriere dello Sport, varie federazioni sportive nazionali e pubblicazioni on line e non. Costantemente alla ricerca di storie di Italia ed italiani, soprattutto se conosciuti poco e male. "Venti di calcio" è la sua opera prima.

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