Cormons, ovvero il Carso, l’Isonzo, Caporetto, Gorizia la Santa, i cuori infiammati da D’Annunzio, i ragazzi delle trincee, gli austriaci che passano e ripassano, la bandiera che si alza, i cafoni maltrattati che al rientro a casa non trovarono le terre promesse dal Re. Cormons dove erano rimasti solo bambini, donne e vecchi perché tutti gli altri erano andati a fare quello che si doveva fare. La Grande Guerra ha lasciato segni che non passano su gente e su luoghi, ha lasciato memorie che spariti i vecchi che le raccontavano, rimangono monito su lastroni di pietra appesi in ogni paese con sopra scritti i nomi di chi non è tornato. Bruno Pizzul nasce con questa terra nel sangue, a Udine nel 1938, e muore qui, a Gorizia. Ed è qui, a Cormons dove cresce e di dove erano i genitori, che Bruno Pizzul inizia a diventare Bruno Pizzul. Lo fa come tanti, rincorrendo una palla nell’oratorio della parrocchia di Cormons dove, con la guerra finita da giorni e ancora calda, con Tito che minacciava di avanzare e prendersi tutto e i paesani divisi tra paura e voglia di rivalsa, il parroco don Rino Cocolin decide di fare quello che facevano i parroci di una volta: chiama i figli di tutti, tira fuori un pallone e li fa giocare. Giocare significa dimenticare. Vale per i piccoli e vale per i grandi.
Bruno gioca, forse lo sogna, ma certo non può sapere che quello sarà il suo futuro. Il sogno, in effetti, andrà un po’ diversamente. Il ragazzo è bravo, un buon centrocampista, diventa professionista, gioca con il Catania, l’Udinese, il Sassari Torres, ma il destino aveva disegnato un’altra trama per la sua vita. Il destino prende la forma di un ginocchio infortunato al tempo in cui un incidente al ginocchio poteva significare la fine di una carriera. Accade così per Bruno.
Archiviato il calcio giocato, arriva il tempo del servizio militare. Scuola ufficiali, naturalmente alpino. Come ebbe a dire intervistato durante un raduno d’arma nel 2014 “è stata un’esperienza particolare, io ho fatto il corso allievi ufficiali subito dopo aver smesso di giocare a calcio, quindi ero abituato a una vita un po’ particolare, allora i giocatori non erano così ben trattati, coccolati, come oggi giorno, ma era una posizione comunque privilegiata e invece facendo l’alpino mi son trovato immerso in una realtà in cui dovevi ubbidire, rispettare gli orari, imparare ad accettare quello che gli altri ti dicevano. È stato un momento di particolare formazione sotto il profilo proprio dell’educazione.” Educazione, ecco. Parola magica. Vuoi che sia stata la famiglia, il papà macellaio che lo viziava un po’ o la mamma casalinga che lo teneva in riga, vuoi che siano stati gli alpini, l’educazione è stata la cifra distintiva di Bruno Pizzul per tutta la vita. Una vita che dopo l’abbandono del campo, smesse penna e stellette per fine leva, studiato fino alla laurea in giurisprudenza, fatto per tre anni il professore di lettere ai bambini di scuola media, vinto un concorso in Rai nel 1969, al calcio è tornata per non uscirne più. Il fatto è che così facendo Bruno Pizzul non è più uscito dalla vita di tutti gli italiani, sicuramente non da quelle di chi ha fatto in tempo a sentire le sue cronache calcistiche, ma forse anche da chi ne ha sentito le radiocronache del canottaggio a cui si è dedicato nei primi anni della sua vita in RAI.
Prima partita teleraccontata Juventus-Bologna l’8 aprile 1970, primo Mondiale quello messicano del 1970, ultimo quello nippo-coreano del 2002. Nel mezzo tanto calcio, tanto azzurro e tanta Italia, quella di tutti, non solo quella dei tifosi. Gioie, delusioni, dolori oltre il calcio, come la tragedia dell’Heysel. Nel mezzo la sua vita, una moglie che lo ha preso per mano, la “Tigre” come la chiamava, tre figli, undici nipoti, il suo ritorno a Cormons dopo la vita milanese perché Cormons è paese e i cittadini non sono cittadini, ma compaesani. Le parole pesano, tra cittadini e compaesani c’è tutta la differenza del mondo. Bruno, una volta liberato dagli impegni di un lavoro che amava, decise di diventare grande tra compaesani, carte, vino del Collio, passeggiate, chiacchiere e affetti da crescere.
Bruno Pizzul, uomo di garbo, è andato avanti e anche se la sua voce non si sentiva più da tempo, mancherà a tutti perché sì, caro Bruno, è stato “tutto molto bello”.
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